All’inizio eravamo in due, io e Antonio, pendolari su un treno che partiva da un punto per arrivare a un altro, dalla notte al giorno, affascinati da tutto ciò che veniva d’oltreoceano: suoni ripetitivi, suoni di plastica, senza fill, ossessivi.
Un po’ come le cucine delle case, dove tutto scorre uguale: pranzi, cene, e ciò che cambia puntualmente sono solo le parole. I discorsi. Di cose scritte ne avevo tante già allora, ma quei suoni erano introvabili.
I campionatori costavano troppo e i computer (tenuti in salotto solo per far figura coi parenti e con gli amici) erano ancora troppo poco potenti, poco capaci, poco veloci, ancora da svezzare.
Come fare? Idea: un registratore vocale a microcassette.
Bastò premere rec durante una sequenza di solo beat dei Beastie Boys da un vinile-import e rubammo per la prima volta una cassa. E un rullante. Il gioco era fatto. Ma con poca qualità.
Lo svago continuò fin quando – nell’inverno del 1996 – mi arriva il primo pc degno di questo nome, sessantaquattro mega di ram e un hard disk da quattro giga. Già, cominciammo d’inverno, la stagione delle cose più intime, quando la tv ti ricorda che la vita è fatta per gli altri e tu c’entri poco, e tu volentieri ti spegni e ti richiudi nel tuo piccolo frame.
Alle casse e ai rullanti tagliati e importati in digitale provammo ad affiancare la sintesi, a tastiere, e la cosa si faceva via via più interessante. L’inverno finì, e sancì il passaggio dalle cantine strapiene di strumenti classici (avevamo una cover band, suonavamo pezzi di gruppi che ai proprietari dei locali non piacevano, ma che centinaia di studenti durante le occupazioni mostravano di apprezzare) alle piccole stanze di casa e alle nostre machines.
Però, in silenzio, ci dicevamo che mancava qualcosa, mancava la corrente. L’anima.
Passò un altro anno, molti live, molte lotte, tornò l’inverno e ci riaccucciammo, provando brani fatti con/per chitarra (e che tali sarebbero dovuti rimanere) ma sui quali per un periodo – follemente – invece del metronomo che ci aiutasse a essere in sync, premiamo play dal pc. Dal clic al beat.
Magia: suonavano all’unisono. Fusi.
1998, “Rocksession”. Un tape deck a fare da sampler per i beat registrati col pc, cassetta a nastro vergine per l’occasione e chitarre con delay che sembravano toccare le parti piu intime – il primo impatto t’emoziona, ma le ripetizioni via via ti entrano dentro, e più lungo è il ritardo più a fondo scava.
Inizia la serata: 21.30. Play. Tre pezzi. Vinciamo il premio della critica.
Seguono “Noi uomini (di) oltre il Muro”, “Stato di Guerra”, “Dub Flowers”, tre manifestazioni di protesta, e noi che spingiamo ancora più a fondo, con delay accompagnati – in seguito – anche da basso amplificato sotto i sessanta hertz.
Rumore. Facevamo rumore. Ma dentro l’anima, dentro le persone. Alt(r)o rumore.
Passarono ancora un paio d’anni e con i bpm scendevamo sempre di più, la sensazione del loop con poche note ci emozionava e ci teneva fermi col respiro, ci mordeva lo stomaco. Oltre l’elettricità degli strumenti acustici, ci rendemmo conto che il parlato su quei beat era altrettanto magico.
Era una primavera alla fine degli anni Novanta.
Il treno attraversava prati che sembravano ondeggiare al nostro passaggio, sul sediolino a sinistra della fila opposta incontro un regista, o scrittore, o filosofo. Gianni Gallo.
Parliamo. Venti minuti. Scendiamo insieme a una fermata dove le panchine sono graffiate dalle chiavi di chi aspetta. Partire. Noi arriviamo. Sperimentiamo.
E con la compagnia “L’Al(t)ro Teatro” prepariamo uno spettacolo, Il Demone, una storia – inedita – intrisa di citazioni, da Nietzsche a Leopardi. Eravamo in fondo alla sala, dietro il palco, nascosti dalle machines, pronti a fare play dov’era necessario che l’ipnosi-loop amplificasse il senso delle parole.
Può sembrare profano, ma i trecento della prima rimasero fermi sulle sedie a fissare gli attori come incantati, rapiti, portati. Più basse scendevano le frequenze, più gli occhi annuivano.
Funziona, sì anche qui funziona, e l’esperienza continua, creando per anni paesaggi sonori [elettro(nici)] su scritti classici e contemporanei, da Platone a Marquez, da Dante a Beaudelaire, e calcando a finestrini socchiusi palcoscenici importanti: “Leuciana Festival”, “Settembre al Borgo”, Teatro Bellini e altri.
Ed è proprio qui, in questi anni, sullo stesso vagone, che nasce la passione per il testo.
Descrivere ciò che vedi dai finestrini, dalle fessure, dai riflessi del treno. (De)scrivere, atto affascinante, la verginità del foglio elettronico include sempre una nostalgia anche per me, che non amo molto la penna, per me che digitare ogni singolo tasto e vedere riprodotta la corrispettiva lettera sul monitor mi dà sempre la sensazione che sia un meccanismo magico a traghettare il pensiero fino a lì. Per me. Appunto.
Ma io so che sono bit: parola che in italiano è la pronuncia di beat. Nasce la Fusione.
Su quel treno di pendolari cominciammo a conversare con molte altre persone. Incontrammo gente che d’elettronica ne macinava a chili, che sapientemente cuttava. Modulava.
Scriveva. 24 Grana, 99 Posse, Bisca. I primi due ascoltano, e nel nostro primo lavoro discografico, Zerodue (2002), Francesco Di Bella ci presta la voce per una canzone.
Antonio – che ormai vive tra Asia e Africa – infila nella nostra miscela acusticoelettronica il mistero del canto arabo, l’energia del canto algerino, i sample da cassetta. Grazie al web e al passaparola, Zerodue viaggia in tutto lo stivale. L’anno successivo, come d’incanto, remissiamo un brano dei 99 Posse, Comincia adesso, per una compilation di un noto mensile nazionale. L’attività musicotronica mista al recitato rimane la fiamma principale che accende le nostre macchine e i nostri pc e – come in una fermata destinata, del treno ormai in corsa veloce – dal teatro al cinema il passaggio è breve.
L’incontro con il “Mitreo Film Festival” è di quelli estivi, poche parole dette lasciano il posto alla musica scelta come sigla del Festival. E anche qui funziona. Maledettamente. Anche qui.
Finite le proiezioni estive arriva l’autunno, stagione in cui la gente da treno è costretta a fare i conti con i giorni che s’accorciano e la penombra prematura dei vagoni. Con meraviglia, fra il retrogusto malinconico delle onde congelate o spazzate via dal vento di un ritorno, seduto in fondo, solo, vedemmo un uomo. Destinato a mutare/influenzare in maniera netta il nostro modo di elettronicusticizzare: Fabio, al pianoforte.
Profondità, sospensione, tasti neri e bianchi s’intersecano tra le interruzioni forzate dei bit, del digitale, dando una forma quasi perfetta al viaggio, al vagone, al treno.
Con meraviglia, prossimi ormai alla fermata successiva (il secondo lavoro in studio), facciamo un altro incontro. Un clandestino. Marco, un violino. Pochi sguardi. Intesa antica col piano. Miscela romantica con l’elettronica. Poche rime. Poche parole. Esce Note Corte per la Mitreo Factory, disco premiato che fa da colonna sonora a tanti cortometraggi e a parecchie edizioni di vari festival con pezzi scelti a rotazione. Ne succede l’uscita di due nostri videoclip, Soladub e Tranceumanza, girati da Rino Della Corte fra le bellezze del territorio campano e le meraviglie dei resti di antiche civiltà.
Ulteriore tappa decisiva, per la parola, l'inserzione di una frase di Donato in apertura dell'Agenda 2009 'Campania Contemporary Music Diary', dove ci sono citazioni di Artisti ed Autori fra i più importanti della scena nazionale indie.
Nuovi personaggi da qui in poi salgono e scendono dal treno, ovviamente senza biglietto. Il punto d’incontro diviene il Nomìa Studio, dove misso e creo per i pendolari, nel vapore del carbone, e da ogni esperienza esco arricchito, fino al terzo lavoro – Napoli Sound System – al quale partecipano le realtà più importanti della scena alternativa-elettro nazionale – Alma Megretta, 24Grana, Zulù – e dove mi trovo con tre progetti nati nello scompartimento della cabina/studio: Nomìa, Jump-On e Mad.
Passano altri tre anni, sui vagoni si crea e si lavora, e dalla scrittura per rime nasce l’esigenza di raccontare storie, dal vagone, del vagone, ormai stracolmo, e che porta mille influenze alle mie dita che pigiano veloci sui tasti. Elettronici. Il controllore neanche sale più, e il treno, con a bordo anche Fausto Mesolella, Silvia Tessitore e Nicola Marino, violinista-Bjork, punta dritto alla Sfera Carillon.
Al centro della terra.
Dove prescelti formano ingranaggi che muovono, il Carillon.
Il cui movimento, eterno, regola l’animo.
Negli uomini. Degli uomini.
Il Carillon.
E dove angeli, dalle ali immense, a turno traghettano i prescelti.
Cercando Kate.
Angelo. Della sfera Carillon.
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